Senza di lui, forse, la resistenza antifascista nell’Italia del nord non avrebbe mai assunto un rilievo militare e la storia della liberazione sarebbe stata diversa. Eppure il suo nome è stato quasi cancellato dai libri di storia e dalle ricostruzioni degli esperti. “Per la vulgata, Pizzoni non è mai esistito e forse non esisterà mai”: è questa la postilla di Renzo De Felice che appare sulla copertina de “Il Banchiere della Resistenza”, il libro che Tommaso Piffer dedica a uno dei protagonisti della guerra di liberazione, il dirigente bancario Alfredo Pizzoni, indipendente da ogni partito, che assolse la funzione di presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) per tutto il periodo clandestino e che, proprio perché indipendente e fuori dagli schemi, fu degradato al ruolo di semplice “collaboratore” e sostituito dal socialista Morandi il 27 aprile 1945, appena due giorni dopo la liberazione.
Questo banchiere cinquantenne, sposato con cinque figli, di cultura europea, così borghese, che era stato perfino iscritto al Partito Fascista, che era così diverso dallo stereotipo del partigiano in clandestinità, aveva saputo conquistarsi la fiducia assoluta di inglesi e americani e giocare un ruolo decisivo nel convogliare verso la resistenza ingenti risorse finanziarie, anche in virtù della sua indubbia competenza tecnica. Qualcuno lo avrebbe visto bene nel primo governo dell’Italia liberata. Invece, scomparve da ogni resoconto ufficiale. I partiti furono così rapidi nell’impossessarsi della liberazione che il nome di Pizzoni non comparve nemmeno nel proclama che il CLNAI preparò per il 25 aprile: Pizzoni non era riuscito a tornare in tempo a Milano dalla sua ultima missione oltre le linee e i membri del CLN Alta Italia, in sua assenza, ne avevano deciso la sostituzione affermando il principio secondo cui solo chi era espressione di un partito poteva far parte del comitato. La Repubblica dei partiti era nata.
Pizzoni, uomo colto, tanto moderato quanto deciso, che parlava quattro lingue e aveva studiato alla London University, tornò al suo lavoro di banca e divenne presidente del Credito Italiano fino alla morte. Ma perché tutto questo avvenne?
Quando, nel settembre del 1943, il comunista Li Causi e il socialista Veratti candidarono Alfredo Pizzoni a presiedere le riunioni del CLNAI, con l’accordo di azionisti, liberali e democristiani, il suo sembrava un ruolo di pura mediazione (che permetteva, oltretutto, ai comunisti di frenare il protagonismo di Ferruccio Parri e del Partito d’Azione). Ma le cose andarono diversamente: le capacità diplomatiche e organizzative di Pizzoni furono più volte decisive nel ricomporre le spaccature interne al CLNAI, mentre il banchiere divenne poco a poco il protagonista indiscusso dei contatti con gli anglo-americani; contatti che prima di lui erano stati gestiti, con modesti risultati, da rappresentanti del Partito d’Azione.
Uno dei meriti del libro di Piffer è quello di rappresentare efficacemente, con dovizia di documenti a volte inediti, non solo l’avventura di Pizzoni, ma anche il contesto politico, le lotte intestine tra le diverse fazioni della resistenza, le astuzie, l’affermarsi progressivo di due modi antitetici di concepire la lotta e i rapporti con gli alleati anglo-americani (anche loro non sempre in perfetto accordo su tutto).
Gli alleati volevano raggiungere accordi militari con la resistenza italiana, purché questi accordi non contraddicessero il quadro politico generale stabilito per il nostro paese. In assenza di questi accordi, non avrebbero finanziato i gruppi partigiani, ma non avrebbero neanche potuto concentrare le proprie forze sul fronte principale, quello che andava dalle Ardenne fino a Berlino. Era dunque interesse comune raggiungere un accordo. Tutto questo contrastava con l’asserita volontà dei componenti di sinistra del CLNAI di instaurare una fase rivoluzionaria e di non tornare alla democrazia liberale. Furono dunque il paziente lavoro di ricomposizione e il prestigio personale di un liberale moderato come Pizzoni, oltre alla presenza di forze partigiane non comuniste e non socialiste, a rendere credibile il comitato di liberazione agli occhi degli alleati e a realizzare infine quell’accordo che permise poi ai partigiani di proclamare l’insurrezione e di controllare le grandi città del nord prima dell’arrivo degli alleati. Parri, il comandante “Maurizio” al quale Pizzoni riconobbe sempre grande intelligenza, ne era cosciente e lo ammise più o meno esplicitamente nelle sue memorie, ricordando che senza quei finanziamenti anglo-americani il CLNAI avrebbe dovuto semplicemente “chiudere bottega”. Altri, non lui, continueranno per decenni ad alimentare il mito della resistenza rivoluzionaria, autofinanziata attraverso la lotta popolare, che liberava il nord indipendentemente dagli alleati.[i]
Un uomo come Pizzoni, che gli stessi inglesi cercarono di incoraggiare a mettersi in politica, sarebbe stato prezioso nei primi governi del dopoguerra, a cominciare dal governo Parri, che si esaurì dopo sei mesi di navigazione a vista[ii]. Andò diversamente. Pizzoni, come si conviene al classico vaso di coccio tra i vasi di ferro, fu estromesso a tempo di record e ripagato con l’ostracismo. L’uomo che aveva presieduto le riunioni del comitato per diciotto lunghi mesi, che aveva rischiato la vita innumerevoli volte per consentire al comitato di esistere, che aveva trattato in prima persona con i rappresentanti alleati, che si era ingegnato per procurare alla resistenza finanziamenti per un miliardo e trecento milioni di lire del tempo (circa 77 milioni di euro attuali) rilasciati sulla parola “alla sua persona”, fu ripagato con un’avvilente lettera di commiato nella quale lo si definiva un “collaboratore” del comitato. Gli alleati non lo dimenticarono e continuarono ad invitarlo alle riunioni amministrative, ignorando il CLNAI. Fu insignito della più alta onorificenza civile americana, la Medal of Freedom, e restò in contatto con gli amici inglesi e americani fino all’ultimo.
Alfredo Pizzoni morì a Milano il 3 gennaio 1958 all’età di 63 anni. Fu sepolto nella sua mantellina da bersagliere, in una cassa composta da quattro assi di legno, come si usava con i soldati al fronte. Lasciò scritto di non pubblicare le sue memorie prima che fossero passati venticinque anni, per non alimentare polemiche. Non ce n’era bisogno: il suo nome era già stato cancellato da tempo. Le sue memorie giunsero in libreria solo nel 1995, per volontà dei figli, dopo non poche traversie.
M.P.
Tommaso Piffer, IL BANCHIERE DELLA RESISTENZA, Mondadori, 2005
[i] Ferruccio Parri, che essendo stato catturato aveva vissuto da lontano le beghe degli ultimi mesi di guerra, fu forse uno dei pochi a comprendere in anticipo anche le conseguenze negative che l’allontanamento di Pizzoni avrebbe avuto sulle sorti del CLNAI, privato di ogni sponda con inglesi e americani e dunque avviato a un veloce e penoso declino. Altri, per esempio Pertini (che Pizzoni definisce senza mezzi termini “invasato di socialismo e squilibrato”) erano convinti di poter preparare la rivoluzione alle spalle degli inglesi.
[ii] Il futuro primo ministro inglese Harold MacMillan scrisse nel suo diario: “Mi è sembrato un uomo di buon senso e di forti sentimenti patriottici, che non si dà delle arie come è usuale negli italiani, ed è anzi privo di quelle capitali caratteristiche italiane che sono la boria, il parlare a vanvera e la vanità arrogante. Sta di fatto che mi ha fatto una buona impressione. Insomma (anche se non del tutto) pare un inglese. (…) Non intende continuare a stare in politica, ma vuole tornare ai suoi affari. Peccato! E gliel’ho anche detto”.